In riva al Lys è un sonetto di Rime e ritmi che si collega in modo chiaro riferimenti ad una poetica più intimistica e raccolta, così gradita al nostro gusto poetico, legata all’importanza della natura, saggia consigliera per antonomasia, quando si fanno tacere tutte le voci assordanti e fuorvianti, i vani rumori del mondo. Carducci dà inoltre spazio ai valori perenni dell’arte, ad un desiderio di raccoglimento e di pace che nasce da un senso di stanchezza e lo porta a valorizzare i veri rapporti umani, la dimensione più alta e profonda dell’esistenza, quel soffio di eternità terrena che il laico Carducci ricercava e assaporava nel suo animo, a contatto con il bel paesaggio alpino e con le sue costanti, il fiume, il monte, l’albero. Nel libro zanichelliano In riva al Lys si trova al ventiquattresimo posto, tra i distici barbari di Sabato Santo e l’Elegia del monte Spluga, che viene così a separare i due sonetti degli idilli alpini, In riva al Lys, appunto, e Sant’Abbondio, che nel fascicolo della “Nuova Antologia” del 16 novembre 1898 occupavano rispettivamente il primo e il quarto posto. Il sonetto di cui ci apprestiamo ad occuparci, dedicato a Severino Ferrari, apre anche quella che potremmo definire la seconda parte dei bozzetti alpini, formata dai lavori che portano tout court la data del 1898. A parte questo, non si tratta di una delle poesie più famose dell’ultimo volume carducciano, quelle, per intenderci, ospitate sulle antologie scolastiche, come Mezzogiorno alpino o Presso una Certosa. Si trova, però, in varie sillogi carducciane ed ha esercitato il suo fascino su critici come il Chiarini, che nelle sue Memorie della vita di Giosue Carducci raccolte da un amico ha riportato per intero l’idillio, affiancandolo a Sant’Abbondio e aggiungendo che si tratta di “due sonetti freschissimi d’ispirazione giovanile”[1], nati “dalla medesima vena limpida e piena, dalla quale balzarono fuori negli anni dal 1870 al 1880 i più bei sonetti delle Rime nuove; ambedue sono pervasi da un senso intimo di malinconia che s’insinua quasi non visto in mezzo alla descrizione delle incantevoli scene alpine che il poeta ha davanti” [2]. Parole profonde, le sue. In generale, possiamo dire che si tratta di un idillio pregevole, denso di interesse e di malia, che non può passare inosservato, pur non attingendo la sfera del capolavoro assoluto, con i suoi insistiti, e in parte voluti, echi letterari e qualche passaggio non proprio felicissimo. La sua genesi si può ricostruire con molta chiarezza attraverso le testimonianze dell‘epistolario del Vate e del suo amato Severino, anche se l’edizione di queste ultime, risalente agli anni Trenta, lascia alquanto a desiderare, come è stato notato. Di animo delicato e sinceramente devoto al suo maestro, Ferrari, che ha legato il suo nome pure a quello di Pascoli (anche se il suo ruolo nel rapporto poetico con Zvanì è stato ridimensionato dalla critica più recente), è in sé un personaggio interessante, grazie ai suoi gradevoli versi, specie quelli d’intonazione popolare, e ai suoi studi. Dobbiamo a uomini come Manara Valgimigli se è stata salvata la memoria di questo mondo di relazioni umane e di duro lavoro letterario, sulla scorta di solide basi dottrinali, che è stato, poi, anche il suo. Nato nel 1856, un anno dopo Zvanì, Ferrari morì però prima di tutti, persino del maestro, nel 1905, in una casa di cura, dove era stato ricoverato a causa di una dolorosa e inarrestabile malattia mentale, dalle origini luetiche, che lo ha tormentato per anni, prima del funesto epilogo [3]. Scrive il Valgimigli: “Quando arrivò da Colle Gigliato la notizia bisognò pure comunicarla al Carducci. E il Carducci chinò il capo tra le mani e ruppe in un lungo pianto che nessuno poteva chetare.[…] Poi levò il capo, e a chi gli era vicino disse o dettò: «Severino Ferrari- sovra tutti diletto- con verità pianto»” [4]. Una reazione che testimonia del legame che li unì per tanti anni, quello tra il celebre professore e il deferente allievo, che aveva percorso la sua carriera di insegnante, in giro per l’Italia, come allora si usava, per poi essere comandato all’Università di Bologna, come aiuto di Carducci. Successore di Nencioni a Firenze, ordinario di lessicografia e stilistica italiana a Bologna, si parlava di lui come del possibile continuatore dell’opera del Vate sulla sua cattedra universitaria, e la scelta sarebbe stata sacrosanta, dopo tanti sacrifici e tanta gavetta, ma il Destino aveva altri progetti per lui. Carducci, nota tra l’altro il Valgimigli, “amò in Severino una sua gentilezza che non aveva buttato, una immagine di sé più sciolta e meno mortificata dal duro lavoro, una nostalgia di sé e di un suo più liberato e abbandonato vivere dove non si sentisse sempre dattorno a pungergli le costole tanta brutta e volgar gente dabbene” [5]. Di certo, dall’ampio carteggio carducciano la sua figura emerge con tutti i caratteri della positività e ancora il Valgimigli lo definisce “l’innamorato perenne di Francesco Petrarca” [6], un uomo dominato da una costante ammirazione per colui che rappresentava “il poeta perfetto; il più compiuto ideale della poesia” [7]. Un amore intellettuale che fu premiato dalla volontà di Carducci di associare Severino nel celebre commento delle Rime, nel 1892, con una scelta solo apparentemente scontata e che invece, come sappiamo, arrivò solo dopo qualche anno, quando fu chiaro che Casini e Mazzoni non avevano ancora iniziato il loro lavoro, oberati com’erano dagli impegni. Inizia, così, un duro sforzo intellettuale, che doveva essere coronato solo nel 1899, quando appaiono in libreria Le Rime di Francesco Petrarca di su gli originali commentate da G. Carducci e S. Ferrari, nella famosa Biblioteca di classici italiani diretta dal Vate. Nell’estate del 1898, ossia nel periodo in cui nasce In riva al Lys, questo lavoro era ancora in corso, tra passaggi di manoscritti e di notizie, tra non poche difficoltà e lamenti dei diretti interessati, uno sforzo che fornisce, in ogni caso, anche lo spunto a Giosuè per la nascita del sonetto in esame. Si aggiunga, poi, l’utilizzo poetico del Lys, che deve buona parte della sua notorietà al di fuori della Valle d’Aosta proprio al sonetto carducciano, anche se, come già notato, il Giacosa lo aveva citato nel suo volume Novelle e paesi valdostani. Carducci lo conosceva bene e ne aveva parlato con entusiasmo, tra l’altro, nella nota lettera a Cesare Zanichelli del 27 agosto 1895 (vedi cap. II, 3). Ora le antiche impressioni di Giosuè, così sensibile al tema dello scorrere dell’acqua, da Mezzogiorno alpino fino a Sant’Abbondio, si aggiungono alle nuove dando vita all’arte. Egli viene colpito da questo modesto, ma non trascurabile, corso d’acqua, di circa 35 chilometri, che si forma dal ghiacciaio omonimo, nel gruppo del Monte Rosa, e percorre la valle del Lys o di Gressoney, la più orientale della regione, fino a gettarsi nella Dora Baltea, nei pressi di Pont Saint Martin. Una zona di grande attrazione turistica, ma che a fine Ottocento, malgrado tutto, non mancava di alimentare fenomeni emigrativi verso le vicine zone estere. Severino è a Firenze, nelle spire del caldo, e il 10 luglio scrive al maestro, che è a Bologna: “Molto rimorso mi grava il cuore pensando che Ella è costì alla fatica invece che a riposarsi alle Alpi: ma ne usciremo una buona volta per sempre dal Petrarca” [8]. Il leit-motiv del caldo domina nelle lettere del discepolo, che se ne lamenta e si augura che la vacanza montana possa giovare al Carducci. In Toscana regnano l’afa e la stanchezza, di per sé impoetici, in Valle d’Aosta il fresco e un senso di leggerezza, che preludono alla creazione poetica. Di qui le parole del Vate, che ad agosto è sulle Alpi e da Gressoney la Trinitè può aprire la finestra e vedere il bel paesaggio, dominato appunto dal Lys. Nella lettera del 5 agosto, infatti, Giosuè scrive: “Io sto bene. E tu, poveretto, lavori e ti affanni nel caldo di riva d’Arno. Piccolo torrente nulla famoso, e pur bellissimo, la Lys, che passa avanti la mia finestra e par che canti: Miseri il tanto affaticar che giova? Il vostro pensiero passa come l’onda mia: sol de’ grandi il canto si rinnova” [9]. La citazione richiama il primo Trionfo della Morte, che ai versi 88-90 suona così: “O ciechi, el tanto affaticar che giova?/ Tutti tornate alla gran madre antica,/ e ‘l vostro nome a pena si ritrova”. Il “Miseri” ricordato da Carducci si legge nella terzina precedente, al verso 85: “Miser chi speme in cosa mortal pone!”. La suggestione del passo petrarchesco, in cui domina il vanitas vanitatum, resterà nel testo di In riva al Lys. Quanto alle restanti parole della lettera, rivelano la persistenza dell’accensione della fantasia di Giosuè, al quale Severino risponde riconfermandogli la sua stima e chiedendogli dei versi, avendo a giusta ragione notato che il corso d’acqua continuava a catturare la sua attenzione, anzi, per la precisione, lo colpiva “molto frescamente” [10]. Ancora, insomma, questa dialettica tra caldo e fresco; tra l’altro, l’aggettivo “fresca” si ritrova nel terzo verso dell’idillio. A questo punto, messi nelle condizioni di penetrare nel migliore dei modi nel laboratorio del Vate, non sorprende affatto la stesura del sonetto, che viene inviato al discepolo, conservando l’essenza di tante sensazioni e riflessioni, nella lettera che contiene anche il disegno provvisorio dei bozzetti alpini, non a caso di centrale importanza per questo ciclo poetico. L’ultimo verso del lavoro nell’epistola privilegia l’amore petrarchesco di Giosuè, “Son contento ridire il mio Petrarca”, ma l’innamorato perenne del cantore di Laura non se la prende per quell’aggettivo possessivo, posto così in evidenza, anzi, ringrazia affettuosamente, evidenziando per l’ennesima volta il leit motiv del carteggio (“Com’è fresco ed agile e di profonda vena” [11], scrive a proposito dell’idillio) e chiudendo con un saluto al Lys (“Mi saluti quell’acqua Lucida fresca lieve armoniosa a cui sono debitore del sonetto” [12]). Immaginiamo quanto sarà stata grande la gioia nel leggere la versione definitiva del sonetto, “Ridico la canzon del tuo Petrarca”, che antepone l’amore intellettuale del Ferrari, al quale il Carducci concederà l’onore della duplice firma nel volume del 1899, un onore che gli farà, com’è noto, tremare le vene e i polsi! Un segno di affetto, tanto più significativo, se si pensa che proveniva da un altro spasimante di vecchia data di messer Francesco, tante volte citato nei suoi lavori, i cui versi sono oggetto di un commento parziale edito nel 1876, a Livorno, ma ancor prima si ritrovano costantemente al centro dei suoi interessi e dei suoi studi. Soffermandoci un po’ sulla produzione poetica del Vate, nella raccolta Rime nuove si legge la lirica Commentando il Petrarca, in cui egli immagina di cercare pace nel placido mondo naturale del poeta trecentesco, attraversato dal Sorga e pieno di piacevoli presenze, salvo poi, alla fine, ritornare con la mente al pensiero dell’Italia e della centrale questione romana, che lo angustiava. La tranquillità negata alla fine di questo sonetto viene assaporata, invece, pur ponendo l’accento sulla malinconia e sulla labilità dell’esistenza, nella lirica di Rime e ritmi. In entrambi i casi, comunque, l’ispirazione naturalistica si lega alla suggestione della corona fiorentina. Da notare che nella lettera a Severino del 9 agosto e in uno dei manoscritti contenuti nell’inserto carducciano [13] si ritrova anche l’indicazione “commentando il Petrarca”, poi omessa probabilmente proprio per evitare ogni riferimento alla poesia di Rime nuove. Il manoscritto riporta, per la precisione, questo titolo: “In riva al Lys/ comm.(entando) il Petrarca/ la mattina del 9 ag.(osto) 1898/ a Severino F.”. Negli Idillii alpini avremo solo la prima parte, più la dedica a Severino Ferrari, indicato con le iniziali (“In riva al Lys/ A S. F.”). Nel volume curato da Valgimigli e Salinari il sottotitolo “A Severino Ferrari, commentando il Petrarca” è rimasto, e anche il Sirri fa altrettanto [14, ma la scelta rappresenta una forzatura. La copertina dell’inserto, del resto, e il manoscritto definitivo riproducono l’intestazione della poesia accolta sul fascicolo della “Nuova Antologia”. Forse anche più interessante è un altro sonetto, questa volta appartenente a Levia gravia, ma composto nello stesso periodo dell’altro, nella seconda parte degli anni Sessanta: F. Petrarca. Il pensiero ritorna ancora ad una natura idealizzata, ad un sogno di pace, questa volta ambientato nella campagna toscana. In un campo, il poeta immagina di innalzare un altare al cantore di Laura, e qui, aggiunge, “Ridirei tua canzon tra erbose sponde/ A l’onde a l’aure a i vaghi augelli a i fiori” (vv. 10-11). Le citazioni del Petrarca, con il verbo ridire e le enumerazioni, richiamano con evidenza il finale di In riva al Lys (“…e a monti a l’aure a l’onde/ Ridico la canzon del tuo Petrarca”). L’omaggio al poeta trecentesco nella lirica di Levia gravia è un po’ troppo insistito, mentre in quella posteriore assume caratteri più personali, su di uno sfondo naturalistico più realisticamente definito, ma non possono sfuggire le somiglianze, nella persistenza di un vivo amore intellettuale. Ma a questo punto ci sembra di poter fare una prima conclusione: la scelta del sonetto come metro non è casuale, ma rientra nei modi tipici della lode petrarchesca, dell’omaggio al grande maestro del Canzoniere. Nelle due poesie di Rime nuove intitolate Al sonetto e Il sonetto, Carducci non manca di sottolineare la delicatezza e la malinconia dei lavori di messer Francesco, che ha infuso nei quattordici endecasillabi canonici, come si legge nel secondo di questi, “il pianto del suo cuor, divino/ Rio che pe’ versi mormora” (vv. 3-4). Ne Il liuto e la lira, nelle Odi barbare, inoltre, Carducci ricorderà il Petrarca come autore di canzoni, mentre nelle Rime nuove lo chiamerà in causa anche per le sue famose e invidiate sestine, in un’opera di particolare rilievo per il nostro discorso, visto che Carducci e Ferrari si ritrovano accomunati dal pensiero di Petrarca. Si tratta della bella lirica All’autore del “Mago”, che è, poi, la prima delle due poesie dedicate da Giosuè al diletto discepolo (l’altra, ovviamente, è quella di cui ci stiamo occupando). Il più giovane studioso viene richiamato per mezzo del suo singolare poemetto e sentito vicino al cuore del maestro, sin dal felice attacco (“O Severino, de’ tuoi canti il nido,/ Il covo de’ tuoi sogni io ben lo so”), che con quel nome proprio suona più affettuoso e complice, rispetto al più freddo, almeno per il nostro gusto, “Ferrari” del quarto verso dell’idillio alpino. Alla fine, le due composizioni, pur così diverse, terminano nello stesso modo, rievocando il Petrarca, un sicuro e costante trait-d’union e un simbolo della grandezza della vera poesia, capace di sfidare il tempo, le mode, le invidie e gli amori dei posteri. I due innamorati possono così sorridere del desiderio di levarsi ad una tale altezza artistica, senza farsene un cruccio.


NOTE

[1] G. CHIARINI, Memorie della vita di Giosue Carducci raccolte da un amico, Firenze, Barbera, 19123, p. 334.

[2] Ivi, p. 335.

[3] Sul tema, G. CAPECCHI, Il crepuscolo folle. Severino Ferrari a Collegigliato, in “La rassegna della letteratura italiana”, mag.-dic. 1997, pp. 140-155.

[4] M. VALGIMIGLI, Severino, in Uomini e scrittori del mio tempo, Sansoni, Firenze, 1965, p. 274.

[5] Id, Severino, Serra e la religione delle lettere, in Uomini e scrittori…, cit., p. 292.

[6] Id., Carducci Petrarca Severino, in Uomini e scrittori…, cit., p. 107.

[7] Id., Severino, Serra e la religione delle lettere, in Uomini e scrittori…, cit., p. 289.

[8] Lettere di Severino Ferrari…, cit., p. 214.

[9] LEN, vol. XX, p. 151. Il testo ha “nostro”, riferito a “pensiero”, anziché “vostro”; la correzione viene segnalata nell’errata corrige del vol. XXII dell’Edizione Nazionale delle Lettere, a cura di C. Bertelli, con la coll. di T. Barbieri, Zanichelli, Bologna, 1968, p. 365.

[10] Lettere di Severino Ferrari…, cit., p. 216.

[11] Ivi, p. 217.

[12] Ivi, p. 218.

[13] Cart. III, 87.

[14] G. CARDUCCI, Poesie, a cura di R. Sirri, Casa editrice Fulvio Rossi, Napoli, 1969, p. 627.