Mezzogiorno alpino e L’ostessa di Gaby sono due tra le più belle poesie scritte da Giosuè Carducci. Esse appartengono entrambi all’ultimo volume, Rime e ritmi, dove compaiono affiancate, formando un dittico di grande valore. La nostra analisi parte dal primo gioiello. L’unico manoscritto di Mezzogiorno alpino, conservato nella Biblioteca carducciana [1] e recante il titolo iniziale di In montagna, che si legge sulla copertina dell’inserto, insieme alla data del 27 agosto 1895, fornisce alcune interessanti indicazioni, che meritano di essere approfondite per l’evidente riflesso che hanno in sede di commento critico. In calce al foglio, il poeta specifica ulteriormente, scrivendo “27 ag.(osto) avanti le 11”. L’autore è dunque a Courmayeur, dove era arrivato, come al solito, in cerca di riposo, ma dove il lavoro lo riprende e Carducci si lascia afferrare, con un misto tra rassegnazione e piacere, anche per sfuggire la noia che deriva dall’inattività. “Versi non ho tempo di farne né anche quassù” [2], scrive al diletto Severino Ferrari il 12 agosto, e il 13 confessa a Carlo Bevilacqua quello che il lettore comprende bene per altre vie: “Io sto bene, ma stare in quiete mi annoia. Bisognerebbe o mi movessi sempre o lavorassi sempre” [3]. Il 14, sempre da Courmayeur, comunica a Guido Biagi: “Io me ne sto qui a pie’ del Monte Bianco, nella gran valle ampia e bellissima d’Aosta; me ne sto tra la pioggia e il bel tempo, ma più di quella che di questo” [4]. La mattina del 27 agosto lo scenario che ha davanti è quello del Monte Bianco, anche se era reduce dal viaggio nella valle di Gressoney, di cui parleremo in seguito, a proposito de L’ostessa di Gaby. Il Valgimigli si è chiesto se lo spettacolo che il poeta descrive ha per sfondo il Monte Bianco o il Monte Rosa [5]. Il paesaggio, in verità, non ha nulla di precisamente definito, di peculiare, è quello di una qualsiasi montagna dell’arco alpino, il che conferisce al lavoro una maggiore valenza simbolica. Anche “l’alpi”, del resto, sono scritte con la minuscola, con una scelta tutt’altro che isolata, visto che si ritrova in varie altre composizioni. Giosuè, quando ha voluto essere più preciso, come in In riva al Lys, ha ricordato di trovarsi “A piè del monte la cui neve è rosa” (v. 1), con una chiara indicazione. In ogni caso, ricordando la sua permanenza a Courmayeur, l’ode omonima del 1889 e anche la forza dell’aggettivo “candenti”, che si trovava al primo verso nel manoscritto, il pensiero vola subito al Monte Bianco, e su queste conclusioni concordano un po’ tutti gli interpreti, fermo restando il valore che si può dare al dato. L’inizio di una poesia costituisce sempre un momento delicato e Carducci aveva preso a scrivere: “Nel gran cerchio de l’alpi in su i candenti/ Letti del ghiaccio e su”. Si nota che egli ha maturato la sua idea ed ha in animo di dipingere con maestosa energia la scena dominata dal sole meridiano. “Letti del ghiaccio” è però davvero “bruttissimo” [6], come ha notato Giovanni Ponte, autore di una del densa analisi del bozzetto. Di qui il cambiamento che introduce al primo verso il termine “granito” (posto di “candenti”), che resta nella redazione definitiva e che apparteneva al suo repertorio al poetico, in quanto usato già, tra l’altro, in A Vittore Hugo (Rime nuove), a proposito dei Pirenei (“E l’ardor del granito di Pirene erto al sol”, v. 30), e in Alessandria (Odi barbare), in modo ancor più significativo (“cui stanno a guardia sotto il sol candente/ seicento sfingi nel granito argute” vv. 6-7).L’aggettivo “candenti” viene pertanto spostato al secondo endecasillabo e passa a definire il nome “ghiacciai”, che prende il posto della infelice perifrasi, più immediato ed efficace, pur restando nella stessa sfera di significato. La cura rivolta verso la scelta dell’aggettivazione, nello sforzo di conferire maggiore forza all’espressione poetica (una costante nell’intero ciclo alpino, ma in generale in tutta l’opera di Carducci), che spicca nel verso 2 in “Squallido e scialbo”, appare ancora più netta nel terzo verso, che nel manoscritto è tutto formato da qualità riferite al mezzodì: “Puro intenso sereno ed infinito”. Carducci cerca una sistemazione idonea, trasponendo l’ordine di “intenso” e “sereno” (ponendovi sopra i numeri 2 e 1), infine decide di eliminare il pleonastico “puro”, anticipando il verbo “Regna”, che nel manoscritto si trovava all’inizio del quarto endecasillabo.Una scelta felice, così come quella di lasciare pressoché inalterata la struttura del verso che chiude la prima quartina, con il soggetto posto in posizione finale, a conclusione dell’ampio e solenne giro di immagini.La seconda quartina si apre con una più netta variazione cromatica e l’autore si serve di un binomio arboreo, come già in altri casi; qui non ha dubbi nel propendere per “Pini ed abeti” (di questi ultimi abbiamo già registrato, nel quarto paragrafo del primo capitolo, la presenza in Il comune rustico; da notare che nella fretta il poeta scrive “abete” per “abeti”), che nello stesso ordine aveva qualche anno prima introdotto in Cadore (“e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti”, v. 87) [7].  I versi 6, nel quale per far tornare i conti dell’endecasillabo occorre ricorrere ad una diastole, ossia allo spostamento in avanti dell'accento di “pènetra” in “penètra”, e 7 sono già sul manoscritto, così come si leggono nel testo definitivo. L’ultimo endecasillabo suona così: “L’acqua che ignota tra i massi filtrò”. C’è, dunque, al posto di “tenue” l’aggettivo “ignota”; la successiva sostituzione è molto riuscita perché pone in evidenza il contrasto dominante nella poesia, ossia quello tra grandezza e piccolezza, tra l’immobile e sconfinato paesaggio montano nell’ora di punta e l’unico piccolo segno di vita, proprio per questo così rimarchevole.In questa direzione va anche letto il passaggio da “massi” a “sassi”, da dei blocchi di pietra inerti e di ragguardevoli dimensioni, che si associano ad un’immagine statica, e dunque del tutto impoetica, ai più piccoli, delicati e lucidi sassi, come accarezzati dal sottile rivolo d’acqua e capaci di produrre un’eco argentina.Oltre a “filtrò”, che non dovette convincerlo troppo, Carducci segnala due varianti alternative, “fluì” e “uscì”. Quest’ultima forma verbale è generica, inespressiva, mentre “fluì”, usato anche in altri contesti poetici del Nostro, al contrario del più raro filtrare, contiene l’idea del movimento, oltre che del passaggio tra le pietre, sfruttando a pieno la dolcezza della consonante liquida.La revisione ha reso, nel complesso, ben più riuscito il finale del bozzetto e lo stesso cambio del titolo, da In montagna a quello definitivo, conferma il contrasto tra l’immenso scenario montano e il rivolo d’acqua. Ancora, pertanto, un segno di miglioramento artistico, che trascina la poesia verso le vette più alte della produzione carducciana. 
 
 
NOTE

 

[1] Cart. III, 75. Il Sorbelli lo ricorda nel Catalogo dei manoscritti di Giosue Carducci, cit., vol. I, p. 65.

 

[2] LEN, vol. XIX, p. 122.

 

[3]Ivi, p. 125.

 

[4] Ivi, p. 126.

 

[5] M. VALGIMIGLI, in G. CARDUCCI, Rime e ritmi, a cura di M. Valgimigli- G. Salinari, Zanichelli, Bologna, 1964, p. 143.

 

[6] G. PONTE, Come il Carducci compose “Mors”, “Vignetta”, “Mezzogiorno alpino, in “La Rassegna della letteratura italiana”, gen-apr. 1958, p. 68.

 

[7] Ponte ha segnalato a suo tempo (in op. cit., p. 68) che “l’espressione senza aura è anche sottolineata, mentre sopra ad essa sono tre parole indecifrabili (forse scritte più tardi dal Carducci con la sinistra)”.