Jaufré Rudel è una tra le più belle opere di Giosuè Carducci, un autentico capolavoro, che occupa il terzo posto nell'ultima raccolta del premio Nobel, edita dalla Zanichelli alla fine del 1898, ma con la data del 1899, Rime e ritmi. Ad una lettura superficiale, la poesia può apparire diversa dalle due precedenti, Alla signorina Maria A. e Nel chiostro del Santo, sia per estensione che per tema; ma basta una lettura più attenta per trovare i nessi esistenti, per cogliere la vitalità del Carducci dimesso e malinconico. Un unico filo rosso porta dal rondò d'apertura, in cui si sottolinea la particolare condizione che rende possibile la nascita dei versi, all'alcaica successiva, in cui, pensando all'eterno fluire delle cose, trova risalto lo sbigottimento di fronte all'infinito, fino alla bella romanza, in cui domina la ricerca dell'amore, come fuga dal negativo, dal generale senso di morte. L'amore viene inseguito come antidoto al male, come struggente desiderio di giovinezza, di calore, di un lucido oblio che allontani le ombre, ed è una chimera che è possibile ritrovare anche sul piano biografico, nell'attenzione che il Vate riserverà ad Annie Vivanti, che lascia il segno nella celebre Elegia del monte Spluga. Nei dolenti versi di quest'opera Giosuè canterà, trasfigurandola in arte, la scomparsa della donna e della stessa illusione, chiudendo con un desolato sguardo sulla natura e con il rovello della solitudine; è un poeta che esce allo scoperto, molto più di dieci anni prima, quando aveva composto la rima Jaufré Rudel, seguendo nel suo viaggio il francese, che cerca l'amore con tutte le sue forze, incurante di ogni pericolo. Nel 1888 la malinconia batte alla porta del cuore e nel silenzio dell'animo Giosuè riesce a ripercorrere l'ultima giornata del signore di Blaye, fino al bacio finale, che segna il momento in cui il sogno si realizza e insieme svanisce, com'è necessario che sia, visto che nella maglie della vita non c'è spazio per i voli arditi, costretti come sono a fare i conti, immancabilmente, con la prosa dei giorni. Rudel vede materializzarsi il suo fantasma appena in tempo per dirgli addio, appena in tempo per chiudere la sua giornata insieme al sole, e l'autore permea la rievocazione della storia di una dolcissima malinconia, che esprime l'ammirazione verso il trovatore e insieme la triste consapevolezza della sua fatale sconfitta. In questa caratteristica atmosfera Jaufré giunge a destinazione, lasciando poi la scena in un trionfo di bellezza che ha la levità di una nuvoletta che svanisce al tramonto. L'antica leggenda è ancor oggi ricchissima di significati e risonanze, a tutti i livelli, a partire da quello più alto di chi vi scorge l'insopprimibile desiderio di trovare uno scopo nella vita, religioso o laico che sia, sulle orme della sfuggente Melisenda, una giustificazione che dia ragione dell'angoscia quotidiana, anche a costo di rinunce e cambiamenti. E' l'ideale per cui è bello morire, per cui vale la pena di sacrificarsi, anche se non si arriverà a destinazione. Scendendo in basso, poi, in un'ideale scala, arriviamo fino ad una recente attualizzazione dell'amore di lontano, sempre più diffuso e oggetto persino di severi studi sociologici, ad opera dei patiti delle chat, che cercano un volto nascosto dietro l'anonimato di uno pseudonimo e di frasi che compaiono sullo schermo di un computer. Anche così la fantasia umana si pone sulle tracce di qualcosa che non ha e di cui avverte la mancanza, volando lontano con la mente, e talvolta addirittura anche con il corpo, magari al di là dell'oceano. Di certo, pure da quest'ultimo sviluppo traiamo la conferma del fatto che la leggenda di Jaufré Rudel, nata nel lontano medioevo, si mantiene sempreverde, fresca allora come più di un secolo fa, quando Giosuè Carducci, impegnato nei suoi studi letterari, la conobbe per la prima volta, ritrovandosi in compagnia di altri spiriti eletti. Essa maturò a lungo, scavando in profondità nel suo animo, fino a trovare la sua resa poetica nel 1888, trasformandosi nella lirica in esame. Se la vicenda del trovatore serba inalterata la sua significatività, non altrettanto possiamo dire della romanza carducciana, che pure ha goduto nel passato di una grande notorietà, rafforzata da autorevoli giudizi critici (tra gli altri, segnaliamo, in un saggio degli anni Cinquanta, quello di Luigi Russo, di cui di recente la Laterza ha ristampato il composito e penetrante, anche se talvolta troppo polemico, Carducci senza retorica [1]). Essa ha trovato a lungo posto sui testi scolastici, oltre che nella diffusa Antologia carducciana del Mazzoni e del Picciola, e non mancano, ancor oggi, delle persone di una certa età che sui banchi di scuola ne hanno imparato a memoria i versi, con il loro inconfondibile ritmo. Attualmente, però, la romanza, colpita dalla generale limitazione del valore poetico della produzione del Vate, ci sembra troppo sottovalutata e insufficientemente nota, se non, magari, per sentito dire, il che ci lascia perplessi. Forse per questa rima (ma il discorso vale, in generale, anche per le due liriche di Rime e ritmi già citate) i tempi sono maturi per una rilettura più cordiale e attenta, che ne riscopra i pregi, dimostrando che in fondo la fama del passato non era tanto immeritata. In Jaufré Rudel il vate professore, partito ancora una volta dal mondo degli studi, riesce a cogliere il nucleo profondo di poesia contenuto nella vicenda, bruciandone le scorie, come non sempre è stato capace di fare. Di qui l'accostamento a liriche in cui la storia non ostacola, con il suo bagaglio di riferimenti e citazioni erudite, il volo dell'arte, ma lo sostiene, fungendo da necessario punto di riferimento, da sfondo, come, ad esempio, in Il comune rustico. Che Carducci sentisse in modo vivo l'avventura, per noi leggenda, del trovatore, è dimostrato del resto anche da alcuni particolari esterni all'opera, biografici, tra cui quello su cui sofferma la sua attenzione il devoto Manara Valgimigli. Il burbero docente, che non parlava mai dei suoi versi nelle lezioni, e se ne faceva un vanto, operò una sola eccezione, rimasta non a caso famosa, e proprio per la lirica in questione. Fu un giorno, "quando, alla fine della lezione, e a conclusione della lezione stessa, e quasi per un riguardo e affetto e dono speciale agli scolari suoi, dovendo, pochi dì dopo, il suo studio e le sue strofe lèggere in Roma alla presenza della Regina Margherita, con una voce, raccontò Adolfo Albertazzi, malferma di commozione e di pudore, disse i novenari di Jaufré Rudel…"[2] . Si tratta di parole molto significative. In realtà, la regina d'Italia non partecipò, come forse era previsto, alla conferenza, ed è lo stesso Giosuè a riconoscerlo in una lettera[3] (il particolare merita di essere evidenziato anche da noi, dal momento che si ritrova ancora su testi recenti, oltre che nell'autorevole Biagini, che, tratto in inganno da una fonte, infiora la rievocazione dello pseudo incontro [4]); ma l'episodio attesta in ogni caso il valore particolare della lirica. Secondo noi questi versi possono tranquillamente essere affiancati ai migliori di Giosuè; in essi scorre dappertutto una vena di autentica ispirazione, che vivifica il mestiere dell'autore, e quella maliosa, malinconica grazia che pervade la narrazione ci ricorda che nella vita il sogno, e quello d'amore in particolare, a dispetto delle umane aspirazioni, non ha un'esistenza autonoma, ma resta sempre legato al senso della sua vanità. E ritorniamo, per questa via, al dolente Carducci dell'ultima stagione, che cerca e trova la via della poesia.

NOTE

[1]L. RUSSO, Carducci senza retorica, Laterza, Bari, 19582. Il riferimento a Jaufré Rudel è nel capitolo Il linguaggio poetico del Carducci, che porta la data del 1956, alle pp. 307-09.

[2] M. VALGIMIGLI, Il nostro Carducci, in Uomini e scrittori del mio tempo, Sansoni, Firenze, 1965, p. 14.

[3] Lettere di Giosue Carducci, Edizione Nazionale, Zanichelli, Bologna, 1953, vol. XVI, p. 241. Lo scritto è indirizzato il 9 aprile a Cesare Zanichelli: “S. M. la graziosa Regina non venne”.

[4] M. BIAGINI, Giosue Carducci, Giosue Carducci, Mursia, Milano, 1976, pp. 587-88.