Dopo il bel rondò d’apertura, dedicato alla “piccola Maria”, nel quale viene programmaticamente sottolineata la rilevanza del tema deNel chiostro del Santo si lega, com’è facile immaginare, ad una visita a Padova e alla famosa basilica dedicata a Sant’Antonio, il santo portoghese, nato a Lisbona nel 1195 e morto nel convento dell’Arcella, nei pressi di Padova, nel 1231, che aveva ed ha una grandissima venerazione in molte nazioni. Canonizzato già nel 1232, Sant’Antonio è presente tra l’altro nei Fioretti di San Francesco, per la sua abilità di predicatore, capace di convertire gli eretici e di predicare persino ai pesci del mare, in una celebre pagina. Carducci era già stato a Padova tredici anni prima del 1887, portatovi, significativamente, dal suo culto per la poesia, dall’amore intellettuale per messer Francesco Petrarca, alle cui Rime nel 1876 doveva dedicare un parziale commento, anticipazione del lavoro pubblicato nel 1899 in collaborazione con il fido Severino Ferrari, al quale si collega, in ambito poetico, il sonetto di Rime e ritmi In riva al Lys. Nel 1874 cadeva il quinto anniversario della morte dell’autore del Canzoniere e Giosuè ne ricorda l’importanza ad Arquà, con un apprezzato discorso; poi, sempre nel nome del Petrarca, passa a Padova, dove resta dal 20 al 23 luglio, accolto con tutti gli onori.Un’altra visita in terra veneta ci viene ricordata dal discorso Agli studenti di Padova, datato 11 giugno 1889 e compreso nella raccolta di Prose[1], e questa volta l’uditorio era rappresentato da studenti del locale Ateneo, accorsi numerosi ad ascoltarlo. Il poeta, che aveva nella città del Santo un punto di riferimento in Guido Mazzoni, era venuto per consultare alcuni testi sul Parini, ma non può esimersi da un breve ed apprezzato intervento, la sera dell’11. In esso esalta la futura grandezza dell’Italia, alla quale tanti degni uomini del passato, come Giordano Bruno, hanno dato il loro contributo, terminando con un finale intriso di spirito mazziniano, come ha evidenziato l’amoroso biografo Biagini [2] (“Il Dio dell’amore e del sagrifizio, il Dio della vita e dell’avvenire, il Dio delle genti e dell’umanità è in noi, con noi e per noi. Guardatevi, o piccoli oscurantisti, di sfidarlo! Egli vi sfolgorerebbe in conspetto del vostri numi bugiardi”[3]).Ma la visita più proficua, dal punto di vista poetico, doveva essere quella di due anni prima, legata ai suoi compiti di ispettore scolastico e alla presenza, a Padova, di Dafne Gargiolli. Nell’epistolario c’è un breve scritto da Ferrara, del 4 aprile 1887, indirizzato alla moglie Elvira, nel quale annuncia: “Domani sera vo a Padova” [4]. Il 6 avviene la visita alla basilica, in compagnia del filologo romanzo Vincenzo Crescini, già allievo del Vate a Bologna, che nell’ateneo veneto doveva insegnare per circa cinquant’anni, lasciando un vivo segno della sua presenza, e che all’epoca era già docente straordinario. Si deve al Crescini un ricordo di quella giornata, ed in particolare della visita al chiostro del Noviziato, che compare in alcuni commenti dell’ode e che viene ospitato originariamente sul giornale “Il Veneto”, nel febbraio 1907, in memoria del Vate. Scrive il filologo: “Il cielo sorrideva, dalla dolcezza dello sfumato azzurro, sulla pace mistica; un gran silenzio. Tenui veli bianchi passavano sopra le cupole, sopra i pinnacoli; e si sentiva come l’eco stanca di un rumore lontano, quasi la vita andasse fievole alle soglie del mistero silenzioso. Io notavo queste impressioni. Il Carducci taceva; ma il suo ciglio era aggrondato, pensoso; mi parve scorgere come un balenio nell’angolo degli occhi”[5].In questa descrizione, piena di particolari, Crescini coglie o crede di cogliere il momento in cui nasce nell’animo di Giosuè la prima redazione della lirica. Il passo, in ogni caso, testimonia dell’impatto che ebbe su Giosuè la basilica del Santo, un edificio particolarissimo, com’è noto, iniziato a costruire nel XIII e XIV secolo, con il suo peculiare accostamento di elementi romanici, gotici e di derivazione orientale, con le sue otto cupole e i suoi preziosi affreschi, con i suoi suggestivi giochi di luce. Il punto d’osservazione del Carducci è rappresentato dal Chiostro del Noviziato, costruito nella seconda metà del Quattrocento, che vanta un porticato scandito da archi gotici, sostenuti da eleganti colonnine, e un loggiato superiore di gusto rinascimentale. Di qui, guardando la basilica da mezzogiorno, si gode la stupenda visione delle “cupole” e delle “torri” immortalate nella poesia di Rime e ritmi, unendo al senso dello spazio che si distende in lontananza la raccolta atmosfera del chiostro, elegante e silenzioso, in cui sono presenti varie lapidi tombali. Abbiamo, così, gli elementi che il Vate doveva unire tanto mirabilmente nell’ode, che gli valse, particolare interessante, con la sua bellezza e con la sua vaga religiosità, il plauso dei frati francescani, che videro, in Nel chiostro del Santo, un gradito omaggio alla loro basilica e, probabilmente, anche un mezzo per avvicinarsi a Dio (e non senza ragione, dal loro punto di vista). Il poeta, per quanto anticlericale e massone, ottenne così un postumo riconoscimento della sua presenza padovana, quando “Nel 1914 il segretario della presidenza della Veneranda Arca del Santo propose che si facessero scolpire su una lapide le prime due strofe alcaiche, in cui si accenna direttamente alla basilica, e di fissarle sulla parete meridionale, proprio nell’angolo,…perché i turisti che usualmente visitano il chiostro, fermandosi in quell’angolo da cui si gode una delle visuali più incantevoli della basilica, possano leggere i versi del poeta e si approprino dei suoi sentimenti”[6]. Queste parole, scritte da un frate, suonano come un tributo all’arte, alla tolleranza, ma ci sembrano anche, per certi versi, quasi uno scherzo della Provvidenza, che non di rado ama seguire le strade più imprevedibili. La lapide, malgrado i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni, è ancora al suo posto, in quello che il religioso autore del passo appena citato ha proposto di chiamare “Angolo Carducci”[7].


 

NOTE

[1] G. CARDUCCI, Prose, Zanichelli, Bologna, 1957, pp. 1197-1199.

[2] M. BIAGINI, Giosue Carducci, Mursia, Milano, 1976, p. 608.

[3] G. CARDUCCI, Prose, cit., p. 1199.

[4] G. CARDUCCI, Lettere, ed. nazionale, vol. XVI, Zanichelli, Bologna, 1953, p. 133.  

[5] Cit. in G. CARDUCCI, Rime e ritmi, a cura di D. Ferrari, Zanichelli, Bologna, 1928, p. 4.

[6] P. VALERIO ZARAMELLA, Guida inedita della Basilica del Santo, Padova, Centro Studi Antoniani, 1996, p. 701.

[7] Ivi.