Dopo il bel rondò d’apertura, dedicato alla “piccola Maria”, nel quale viene programmaticamente sottolineata la rilevanza del tema della malinconia in Rime e ritmi, il lettore si imbatte in una tra le più belle liriche del libro, l’alcaica Nel chiostro del Santo.In essa Carducci mostra i caratteri tipici della parte più vitale della sua ultima produzione, mettendo in atto tutte le potenzialità artistiche legate a questa fase dimessa, nostalgica, dominata da una luce più fioca, che proprio per questo fa rifulgere nitida l’umanità del poeta, tanto più in un luogo come quello scelto nella composizione, dove il rapporto tra luce ed ombra, tra vita e morte, tra piccolo e grande trova la sua sede naturale.Come ci ricorda lo stesso titolo, siamo nell’interno della basilica di Sant’Antonio da Padova, per la precisione, nel bel chiostro del Noviziato, dove il Vate non trova spunti per la propria vena polemica, per il proprio pugnace anticlericalismo; ora egli è solo con se stesso, si estrania da ogni altra presenza per seguire il filo dei pensieri, che lo porta lontano, oltre lo spettacolo che si apre davanti ai suoi occhi, seguendo l’inesorabile fluire del tempo, che lo tocca in prima persona, e misurando il rapporto tra la breve vita dell’uomo e l’infinità temporale e spaziale. L'assorto poeta, che vede anche nella propria produzione lirica i segni di un fatale mutamento, non trova una risposta rassicurante, non risolve il dubbio con uno sdegno o una certezza, ma si ferma al brivido, espresso in modo diretto, di un interrogativo senza risposta, che scava in profondità e testimonia dell’inquietudine dell’uomo moderno e, in particolare, del singolo individuo che avverte sempre più il peso degli anni ed il pungolo degli eterni dilemmi dell’umanità. Giosuè non si spinge sul cammino della fede, come la critica ha giustamente rimarcato, eppure, leggendo quest’ode, possiamo almeno in parte comprendere le fervide discussioni del passato sul suo atteggiamento di fronte al mondo religioso, di fronte alla cristianità, non prive di qualche strascico moderno, cogliendo le implicazioni profonde ed inquietanti di quella domanda che chiudeva, a distanza di anni, in modo ben diverso, rispetto alla redazione iniziale in sei strofe, la lirica.L’accettazione del trapasso tra le diverse generazioni, del passaggio di testimone tra gli adulti e la nuova fioritura alla quale appartiene la “parvola/ Maria crescente”, in un universo che ha comunque un suo senso, che procede verso nuove mete, e l’anelito, sia pur fugace, verso un infinito privo di connotazioni negative, lasciano spazio, nel testo definitivo, al destino problematico dell’uomo, che non riesce a trovare un conforto, di fronte al rapido passare della vita.In questo modo la lirica si distacca dal carattere iniziale, diventando più significativa ed universale, ma anche più cupa, rappresentando uno degli ultimi lavori poetici di Carducci se, com’è probabile, la redazione finale si lega alla fase di raccolta e sistemazione del materiale di Rime e ritmi, dunque è di parecchio posteriore al 1887. Sistemata al secondo posto dopo Alla signorina Maria A., Nel chiostro del Santo non manca comunque di elementi programmatici, sottolineando, nella terza strofa, le caratteristiche della produzione lirica della maturità, che conserva l’eco della fervida e impetuosa giovinezza, riassaporandone, in una dimensione più raccolta ed intimistica, tutte le risonanze. Il che conferma la consapevolezza del poeta Carducci, che riesce a dar vita ad un insieme in cui tutti gli elementi si richiamano, si legano, si fondono, fino all’epilogo dell’opera, densa ma di soli 16 versi, che attesta, una volta di più, quanto la brevità sia congeniale al Vate, molto più di certe grandi costruzioni artistiche che, quelle sì, hanno fatto il loro tempo. L’ode oggi non è tra quelle più antologizzate, a livello scolastico, di Rime e ritmi, come Mezzogiorno alpino e Presso una Certosa, ma non manca di comparire in alcuni testi di vasta diffusione, come il fortunato manuale del Pazzaglia[1], accompagnata da un giudizio positivo che ricorre anche in alcuni altri critici e che personalmente condividiamo.


 

NOTE

[1] M. PAZZAGLIA, L’Ottocento, in Letteratura italiana, Zanichelli, Bologna, 19923, pp. 604-605.