La denuncia di una mediocrità sinonimo, non di rado, di grettezza sul piano sociale, politico e morale, trova molto spazio in Levia gravia, raccolta che, nella sua edizione definitiva del 1891, consta di due libri, di cui il primo esprime sfumature intimistiche ed a tratti occasionali e il secondo politico-sociali, articolantisi in ventinove componimenti preceduti da un Congedo. Esso esprime il ritorno della poesia in un mondo ferino, doloroso, sempre in guerra, per questo essa si erge a denuncia dei vizi, delle distruzioni e delle numerose prostrazioni. Nei versi di In un albo, l'immagine virgiliana della sensuale donna sotto il diafano raggio lunare si sposa con quella, sempre presente nel mantovano, del pellegrino che cammina lasciandosi alle spalle "il principio del lontan viaggio" e del "luogo natio" e quel "odi e amor" richiama e riecheggia il celeberrimo distico del carme ottantacinque di Catullo, né ci si può dimenticare degli accenti irosi e ribelli. Questa nostalgia ritorna poi in Per val d'Arno, in cui c'è la naturalistica rievocazione tutta fronde e scrosci della valle e la celebrazione di quel luogo come depositario delle memorie più care e perfino della salma del fratello Dante. Nella canzone In morte di Pietro Thouar, si delinea l'irreprensibilità del personaggio che come diamante appena estratto brilla tra le pietre di risulta così "questo savio gentile, […] che mite diffondea sua vita umile" si stagliava per la sua integrità morale sui corrotti figuri. Nel sonetto a F. Petrarca è colto, fuor d'ogni schematismo arcadico, il sentimento di solitudine del poeta trecentesco, quell'abbandono all'accidia dolce e malinconica da cui è tentato anche il moderno, che vi sovrappone il proprio paysage de l'âme. Quasi in conclusione del libro si colloca la canzone di rievocazione storica Poeti di parte bianca, che si svolge sullo sfondo della corte di F. Malaspina e più precisamente al castello di Mulazzo in Lunigiana. Ad animare la canzone sono due fuoriusciti (i fiorentini Senuccio Del Bene, poeta e Gualfredo Ubaldini, un cavaliere ghibellino) che dopo aver entrambi espresso il rammarico per il "romitaggio" e la nostalgia della natia Firenze, su invito degli ospiti si prestano a cantare, in forma di ballata stilnovistica, l'amore che solleva l'uomo dalla prostrazione morale, ma che è anche illusorio perché spesso, ed è il caso della ballata di Senuccio, vola via portando con se il piacere e l'arte. All'interno si ravvisano inoltre, temi quali, il richiamo delle proprie origini (l'astore attirato verso le cime appuane) e la grandezza del passato nei confronti di un vacuo presente, che si completano e sviluppano nel poeta maturo. Nel secondo libro, esplode il risentimento e la protesta politica. Essa si manifesta sia su avvenimenti della nostra Italia sia su situazioni correlate e collegate ideologicamente, ma di altre nazioni. In Dopo Aspromonte si celebra il valore di Garibaldi invitto, piegato e messo in "ceppi" solo da Rattazzi, lui che solo si era levato contro l'Europa conservatrice e si guarda verso una nuova era con un liberatorio brindisi (vv. 61-68): La sua denuncia colpisce anche Napoleone III che ha privato della vita, "Imperial caino", la Repubblica francese e quella romana. Il Carducci apre una finestra sul panorama politico internazionale nel sonetto Per la spedizione del Messico e nell'ode Per la rivoluzione di Grecia. Nel sonetto si mette in evidenza una combutta europea che sotto l'illuminato atto di civilizzazione nasconde in realtà una "fucina di servaggio" animata dalla Francia "ancella di ogni reo potere", dalla "Spagna feroce" e dall'"Anglia mercantesca". E sempre con l'intento di smascherare i continui e nuovi oppressori di popoli che siano essi lo Zar, gli Asburgo, i Turchi, si muove nell'ode. In essa si esalta la libertà che finalmente ritorna e si liba ad Eleuteria sottolineando l'abbattimento di un potere imposto dall'estero (il re Ottone di Baviera) e deplorando un nuovo tentativo, per fortuna andato a vuoto, di asservimento e di oppressione di marca straniera, impersonato da Guglielmo di Danimarca. Nuova risulta la soluzione di Carnevale, non tanto per la separazione netta tra le voci dei palazzi e quelle dei tuguri, quanto per la denuncia sociale, di ascendenza pariniana, delle "larve - ricchi" che ruttano in faccia al popolo povero, la "mal digerita orgia" e le loro "pompe", popolo che un giorno assalterà affamato il palazzo (vv. 159-160). Già in questo orizzonte poetico, si avverte un quid di ironico, di satirico, una spinta alla denuncia e alla protesta.
 
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