Dal punto di vista artistico, è giunto per lui il momento di tentare una nuova strada, di lasciare quella rima strenuamente difesa poco prima per incamminarsi sulla "strada barbara". Infatti la nuova raccolta poetica Odi barbare (il titolo si avvicina sensibilmente ai raffinati e paganeggianti Poèmes barbares di Leconte de Lisle) la cui edizione definitiva uscì nel 1893 e consisteva in due libri di venticinque componimenti ciascuno, presenta una novità che è essenzialmente ritmica ed essa è data dal voler riprodurre nella lingua italiana, la metrica classica. Egli aveva in realtà avuto dei predecessori in queste sperimentazioni. Già infatti a partire dal Certame Coronario del 1441 e per tutto il cinquecento si tentò questa
       
traslazione dei ritmi classici in lingua italiana con alterne fortune fino ad arrivare ai tentativi di Tolomei, Chiabrera e Fantoni e a quelli dei tedeschi Klopstock e Ramler. Questi ultimi si avvicinarono di più alla soluzione del problema, ma il Carducci volle seguire la strada battuta dai connazionali, riproducendo i versi latini con le sillabe, gli accenti, le pause avvertiti dall'orecchio italiano e lasciando da parte le quantità. Così si spiega anche quell'aggettivo "barbare" che indica la reazione che avrebbero avuto i greci e i latini (e non solo) leggendole e considerandole straniere: Queste odi […] le intitolai barbare perché tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei greci e dei romani sebbene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perché tali soneranno pur troppo a moltissimi italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani". Il loro universo tematico, fatto di affetti civili e patriottici, di aneliti storici, di toni intimistici (amore e morte), non è certo molto diverso dalle coeve Rime nuove. Ormai certi atteggiamenti spirituali che già si mostravano in queste ultime, si consolidano col tempo e diventano un bagaglio sentimentale che riaffiora zampillando vigorosamente e nutrendo l'ispirazione del maremmano. Il primo albore dell'Urbe, nell'Annuale della fondazione di Roma in cui è prevalente l'afflato civile, appare correlato al risveglio, sottolineato da quel "salve" anaforico, della Roma odierna, che si era redenta dalla servitù e dal cattolicesimo, capitale del Regno, ma anche capitale ideologica del mondo :"[…] tutto che al mondo è civile,/ Grande, augusto, egli è romano ancora". Quindi si affaccia il concetto cardine dell'ode, la inscindibile unità dell'Italia e di Roma. Questo connubio che sarà foriero di trionfi e glorie liberandosi da "l'età nera", da "l'età barbara" e da "i mostri" è sancito persino dal segno favorevole del fulmine a ciel sereno. Anche in Dinanzi alle terme di Caracalla, mossa da sdegno patriottico, in un atmosfera piranesiana, egli si scaglia contro gli speculatori edilizi, i precursori dei "palazzinari", che egli chiama "ciociari", che affastellano costruzioni minacciando di vituperare le grandi e degne vestigia di un passato più lontano moralmente che storicamente. La visita al un Museo civico di Brescia, tra il 7 e l'8 ottobre 1876, dove era conservata una statua bronzea del I sec. d.C., raffigurante la Vittoria, rinvenuta nella stessa città nel 1826, presso le rovine del Capitolium di Vespasiano, offre l'occasione che viene subito colta, dalla "sacerdotessa" Lidia, di libare alla Vittoria, che ritorna dopo secoli e in una città che ne è ben degna. E quell'aurea aetas, sempre riecheggiante, ritorna in Alle fonti del Clitumno vestita dei panni del nobile fiume umbro che gli illustri scrittori latini Virgilio, Properzio, Plinio hanno cantato. Alle sue acque scendevano giovenchi, e le pecore guidate dai fanciulli, lui prezioso e selvaggio. Ormai egli con l'Umbria verde saluta il dio Clitumno a cui si addicono non gli umili e molli salici piangenti, ma gli antichi e possenti alberi italici, frassini, lecci, cipressi, che serbano il ricordo del succedersi delle signorie degli Umbri, degli Etruschi e dei Romani, la riscossa e la vittoria italica contro Annibale a Spoleto. Ma quel tempo è volato via lasciando solo il silenzio, sono fuggite le ninfe, che cantavano le nozze di Giano e Camesena, da cui ebbe origine la stirpe italica, né ha più culto il nume Clitumno, ora che il cristianesimo soverchia l'antica civiltà fervida di vita e rende vile l'animo umano. Rinnovando all'Italia il saluto virgiliano, il poeta la invita a risorgere nella chiarezza, nella libertà e nel progresso dei tempi nuovi. Paesaggio e mito, natura e storia, passato e presente, poesia ed eloquenza coesistono. La nemesi storica è viva in Per la morte di Napoleone Eugenio e in Miramar. Nella prima, fatali frangenti legati alle malefatte avite, portano alla morte di Francesco Napoleone che si spegne alla corte austriaca e di Eugenio Napoleone che muore in Africa trafitto da una "zagaglia barbara" il tutto si chiude con una visione di antica tragedia: Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone, "domestica ombra" che "abita la vuota casa" tende le braccia verso il mare invocando che qualcuno della sua tragica prole le venga restituito. L'altra contiene lo sventurato destino dei consorti Massimiliano d'Asburgo e Carlotta del Belgio. Lui inviato nel regno del Messico voluto dal nonno, cade preda di indigeni rivoltosi a questa triste notizia lei impazzisce di dolore. L'esito appare similare a quello che vede protagonisti due personaggi del mito, quali Protesilao e Laodamia che conferiscono un'aura di nobiltà alla fine sciagurata dei consorti. Le dolci corde dell'amore, un'amore però contrastato, animano Sirmione. Essa gemma delle penisole sembra caduta dal cielo nella coppa del Benaco. Qui Catullo cercò quiete mentre a Roma l'infedele Lesbia "spossava i fianchi dei discendenti di Romolo" e la ninfa del lago cantava invitandolo e promettendogli pace nell'abisso. Il poeta lo ricorda a Lalage, e maledice Amore, nemico delle Muse. Ma come resistere agli occhi di Lalage? Colga ella tre rami di lauro e di mirto e li agiti al sole, conciliando le Muse e l'Amore e in omaggio ai grandi poeti che il luogo ricorda. Intessuta di suggestioni hölderiniane, Nevicata, con il ritmo lento della neve che fiocca nel cielo plumbeo e che sembra cancellare con tutti i rumori anche ogni segno di vita, con gli uccelli sperduti che picchiano alle finestre appannate e le ombre dei cari defunti che il poeta, chetando il suo indomito cuore, riabbraccerà, contiene il presentimento di una vita che declina e si dissolve nella morte. Pensieri questi, che al di là delle frequentazioni dell'Hölderin, sono suggerite anche dalla viva esperienza autobiografica che vedeva in questo periodo (1881) la lenta agonia di Lina.
 
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