Sotto questo titolo Giosue Carducci, nell'edizione completa delle sue opere da lui stesso curata, raccolse in due volumi i suoi più irruenti, vivaci e lampeggianti scritti di polemica politica e letteraria. Nell'edizione più antica essi rappresentavano i volumi IV e XII; occupano invece i volumi XXI e XXII nell'edizione nazionale delle opere carducciane (1935). Nei due volumi, che comprendono scritti le cui date si estendono dal 1869 al 1901, sono rifusi anche gli articoli e i saggi polemici già raccolti dal Carducci e pubblicati dal famoso editore Angelo Sommaruga col titolo appunto di Confessioni e Battaglie (la prima serie nel 1882, al seconda nel 1883, al terza nel 1884). La materia di questi scritti è disparatissima, sebbene essi si compongono senza sforzo attorno al loro punto focale che è la personalità del Carducci negli anni della sua trionfale e dittatoriale affermazione letteraria, che vanno dalla fragorosa fanfara dell'Inno a Satana alla sublimazione umanistica e apollinea delle Odi barbare. Furono veramente, quelli tra i tempi più eroici delle lettere italiane: tempi di tormentoso assestamento politico, sociale e psicologico, di tumultuosi umori divergenti, di fragorose affermazioni e battaglie letterarie, e, al lettore delle Confessioni e Battaglie, mai forse la libertà parve tanto disordinata e insieme tanto feconda. Al centro di questo panorama mobile e discorde sta non solo la poesia carducciana le cui affermazioni furono accompagnate dalle urla delle schiere avversarie, ma anche la personalità vivente di Giosue Carducci, atleta sanguigno, scattante, portatosi dalla penombra degli studi filologici sulla pedana agonale del giornalismo politico e letterario. Pronto alla zampata leonina, incapace di incassare in silenzio anche nei casi in cui il silenzio sarebbe stato la più efficace punizione per l'avversario, il Carducci ebbe il torto di occuparsi di troppe «mosche cocchiere» che davan noia al suo metaforico «rossinante»: in non pochi di questi scritti infatti la potenza e la violenza della pagina eccedono talmente sul livello del minuscolo avversario che questo si dissolve in pura ombra e il colpo appare vibrato nel vuoto: esempio l'articolo polemico Per un missionario, diretto contro un signor Mammoli che l'aveva accusato di scrivere «fra i vapori di bacco»e di aver infamato in cattedra la veneranda ombra del Parini. Tuttavia in scritti polemici di questo genere v'è una generosa ventata di spiriti battaglieri che sempre piace, ed estri e guizzi coloriti e potenti. A questo titolo, di un umore piacevolissimo, è la lettera aperta all'agente bolognese delle tasse (1893). Ma tali scritti non sono che il margine del nucleo centrale delle Confessioni e Battaglie, costituito dagli scritti sostanzialmente più memorabili e che contrassegnano i momenti tra i più agitati delle battaglie letterarie dell'epoca: la prefazione agli Juvenilia del 1880; le Polemiche sataniche (1869-1871); le prefazioni ai Levia gravia del 1881 e ai Giambi ed epodi del 1882, «Critica e arte» (1874), contro il Guerzoni e lo Zendrini; la vivace Novissima polemica (1878) in favore dello Stecchetti e del, come dicevasi in quei tempi «verismo»; Eterno femminino regale (1882); la violentissima polemica Rapisardiana (1881) e la prosa polemica Ça ira. Prose tutte che, felicissime in sede polemica, giovano anche a intendere più compiutamente l'intima natura della poesia carducciana e a ricostruire il complesso gioco degli umori e delle tendenze letterarie, politiche e culturali degli anni in cui esse furono scritte. I tratti più pittoresci rilevati e più moderni della personalità del carducci vanno cercati in queste pagine; molte delle quali sono tutt'altro che attuali: si leggtano quelle sul costume critico in «Critica e arte», o gli accenni alla questione linguistica in Levia Gravia, dove il Carducci, in questa vieta discussione messa in voga dal manzoni, appare proprio il critico dotato di criteri e gusti più scaltri, severi e moderni. La potenza e l'efficacia di queste pagine derivano dalla perfetta fusione di una felice e nervosa espressività polemica oltrepassa il piano della contingenza letteraria o d'altro genere per farsi battaglia ideale e di costume nel senso più alto della parola. Nessuno forse, infatti, se si eccettui Il Desanctis, sentì così intensamente come il Carducci l'immanente e feconda e necessaria «socialità» e umanità delle lettere.