Le Epistole ancor più che la poesia sono specchio fedele dell'animo del poeta e spesso confessioni rincorrono confidenze, segreti di una quotidianità spicciola si alternano a notizie sul proprio lavoro e non di rado si assiste a dichiarazioni di poetica e giudizi letterari e morali. L'ira contro grama vita giornaliera esplode i una lettera del 4 Maggio 1857 all'amico Chiarini: "... io porca bestia vilissima laidissima, non degno certo di voi. Meglio è morire: spaccarmi il cranio o buttarmi in un pozzo non posso, perchè non ne ho il coraggio: io piglierei veleno: ma se non ho neppure un picciolo da comprarlo!" . A volte scrive agli amici sui propri versi come per Del Canto alle Muse, ovvero della poesia greca e per annunziare l'edizione delle Rime. Bagliori della letteratura e della storia civile italiana del secondo Ottocento, illuminano suoi scritti. Il tutto è avvolto da un temperamento animoso e tenero capace di veemenze e corrucci fulminei come di riparate meditazioni e pronti recuperi. La letizia scherzosa non di rado cerca di celare la mestizia di cui in alcuni frangenti si nutre il cuore del poeta ma questa operazione somiglia ad un vano rincorrersi di onde: "Mi sfogo a dire sciocchezze, ma il mio cuore è triste. Ormai si può morire; dico noi, non lei e quelli dell'età sua." Certo l'esperienza fondante che emerge dall'epistolario è quella amorosa e in particolare la sua love story con Lidia al secolo Caterina Cristofori Piva. Anche in tali scritti emerge compiutamente il suo temperamento nella pienezza e varietà di tutti i suoi registri. Le lettere a Lidia sono anche una guida e un commento alla sua poesia. Il carteggio inizia nell'estate del 1871 con delicata riservatezza ma pian piano nei cuori dei due corrispondenti si insinua una certa familiarità che poerta ad abbandonare il troppo formale "lei" per il più confidenziale "tu" e che li spinge ad un incontro. Lidia diviene sua musa ispiratrice e il Carducci le invia una delle Primavere Elleniche (la Dorica). Nell'Idillio amoroso il Carducci vede nella donna bellezza, grazia, tenerezza, ingegno e si dice ammirato che queste qualità possano concetrarsi in una sola persona. Questo amore che gli appare predestinato cozza con la sua realtà familiare, con la fedele e silenziosa signora Elvira, che sa tutto e non può che mostrargli la sua gelosia. Egli non può tacere i suoi tradimenti anche se vorrebbe conciliare le due situazioni. Brucia d'amore per Lidia ma vuol bene alla moglie è un contasto insanabile tra amare e bene velle. All'amata egli si rivolge anche per opinioni critico- artistiche approfittando del suo del grande ingegno critico e di suggerimenti e consigli. In una lettera del 28 Maggio 1872 ove segna anche l'ora in cui scrive (le 21) non crede che ella lo ami così tanto da scrivere "queste cose celesti". A questo proposito Francesco Flora dice:"È l'esaltazione d'amore, in cui l'amato annulla se stesso nella persona della donna, e in tal modo nell'umiltà si esalta e si bea adorando anche se stesso in lei.[...] Questa esaltazione è dovuta anche alla mancanza di un rapporto continuo con la donna ch'egli è costretto a vedere soltanto a distanza di mesi. [...] Veramente il Carducci, nell'età adulta, ama come la prima volta che l'uomo si accende d'amore". Ma ogni grande amore che si rispetti è condito di gelosia ed egli confessa subito questa sua pulsione e comincia con sospetti, accuse, ritrattazioni, nuovi rovelli. La donna non può tacere e ritrattare le sue mancanze e così facendo si abbandona alla tempesta che sconvolge il cuore del poeta e che gli fa pronunciare parole dure e sprezzanti. Ma la quiete della passione che tutto placa effondendosi porta al cuore del poeta una dolce stilla di miele, ma egli non può rimarginare la ferita ancora aperta. I rapporti fra i due conoscono una fase di stanca segnata dall'utilizzo del "voi". Ci sarà una fase di riappacificazione segnata dal ritorno al "tu" ma quando ormai i rapporti tra Lidia e il poeta si erano deteriorati ella si reca a Bologna dove morirà . Il poeta ne segue l'agonia e soffre di un dolore indicibile, ella l'aveva certamente amato nonostante il suo carattere volubile. Il Carducci aveva confidato tutto se stesso alla sua musa, anche il letterato oltre che l'uomo. Un altro tono hanno le lettere ad Annie Vivanti. Egli già avanti negli anni anni ha potuto godere della fresca quanto spericolata giovinezza di Annie ella ormai sposata e con una figlioletta arrichisce il dolce e tenero ricordo della malinconia del trascorrere degli anni dietro cui si cela la morte. Le scrive dolcissime parole adombrate di malinconia da Madesimo dove spesso si erano incontrati e avevano vissuti splendide avventure: "Qui tutti ricordano te, i luoghi, le persone, le bestie; e tra queste io sopra tutto. E sto male, e son pieno di malinconia, e di noia, e vo a letto. E aspetto tue nuove. Io sono per te qual tu sai e qual fui sempre". Non di rado la veemenza epistolare del Carducci può far sorridere ma essa è una componente del suo modo di essere e di scrivere ed è una prova ulteriore se ancora ce ne volessero della schiettezza di tali prose. Dice il Flora:"...sincerità che è ad un tempo rispetto della parola e rispetto sociale".